Vinili, CD, mp3 ecc. ecc.
Un paio di giorni fa ho fatto passare i miei vinili. Alcuni non rammentavo di averli (soprattutto perché li ho anche su CD e credevo di possedere solo quel formato) ma per tanti di loro sono riuscito a ricordare il giorno esatto in cui li comprai e le relative sensazioni.
Per quelli della mia età non credo sia insolito. Un nuovo album era un piccolo evento e la gioia di scartarlo, leggere i testi e le note di copertina, semplicemente maneggiarlo era qualcosa di speciale prima ancora di averlo ascoltato.
Al primo ascolto o giù di lì lo si registrava su audiocassetta perché il peso non era 180 grammi come ora e, soprattutto le copie importare dagli USA, si temeva di graffiarli.
Esistevano il lato A ed il lato B ed erano ben definiti, tanto è vero che spesso i brani migliori erano quelli che aprivano le due facciate.
Non sono un audiofilo – per fortuna perché non metterei mai la qualità sonora prima della musica – ma non mi schiero contro i CD che hanno molte qualità, soprattutto per il fatto che non si rovinano e tengono molto meno spazio. Credo che il rinnovato mercato del vinile sia una buona cosa ma abbia anche un certo carico di nostalgia fine a se stessa, quasi di feticismo in un certo senso.
Quello che ha compromesso la corretta fruizione della musica è stato il mercato dell’audio digitale, con mp3 super-compressi ascoltati nelle cuffiette a passeggio o tramite gli altoparlanti del PC. Non fraintendetemi: anch’io ascolto la musica così quando vado a correre e talvolta semplicemente a spasso o intnto che lavoro a qualcosa di non impegnativo. E’ solo che in quel modo la qualità è disastrosa, un po’ come guardare un film sullo schermo dello smartphone invece che al cinema.
Inoltre, la possibilità di comprare ed ascoltare singoli brani nell’ambito di playlist confezionate su misura ha rimosso il senso della successione dei singoli pezzi nel contesto del disco. Oggi i “concept album” non credo esistano più e comunque se anche ci fossero, verrebbero ascoltati parzialmente e magari in ordine sparso annientando il “concept” stesso.
Riassumo il romanzo appena scritto dicendo che oggi esiste molta più libertà di ascolto, in diversi sensi: nell’acquisto, nel luogo e tecnologia ecc. ma questo ha ucciso l’integrità degli album, ovverosia il loro senso complessivo (nel bene e nel male).
D’altronde penso più in generale che la musica “leggera” abbia perso buona parte del suo valore per la società attuale e quanto sopra ne è anche conseguenza.


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